Le monete medioevali – parte seconda: il ritorno dell’oro.

Fiorino in oro di <Frenze

Come si può facilmente intuire la domanda di moneta è proporzionale agli scambi commerciali. Nei secoli XII e XIII la nostra giovane Europa cresce, aumentano popolazione e benessere, migliorano le condizioni di vita, le città si popolano, si moltiplicano i commerci.
La riforma monetaria di Carlo Magno ha fatto il suo tempo e non è più adeguata alla migliorata situazione.
La necessità di disporre di una moneta forte ed apprezzata per i commerci è messa in evidenza dalla coniazione del grosso veneziano in argento, che diviene presto la moneta di riferimento in una vasta area che va dalla Germania meridionale al Medio Oriente e al Mar Nero. Il grosso si aggiunge al denaro, così i sottomultipli della lira effettivamente coniati e circolanti, diventano due, facilitando molto gli scambi.
Ma l’argento non basta, e si torna alla coniazione di monete d’oro, sempre ad opera della città commerciali italiane.
Nel 1252 Genova conia il Genovino d’oro e Firenze il Fiorino, detto così perché riporta il giglio come emblema della città.
Venezia conia il suo Ducato con circa trenta anni di ritardo.
Marc Bloch spiega il motivo di questo ritardo comparando il tipo prevalente dei commerci delle tre grandi città.
Genova e Firenze vendono in Oriente soprattutto panni lana pregiati, che sono pagati in oro. Venezia vende invece in Oriente dapprima schiavi, poi legno, metalli, pece, pelli, in parte provenienti dall’Europa centrale e settentrionale. Si tratta di prodotti relativamente di medio valore, mentre è la principale importatrice di spezie, sete pregiate e pietre preziose.
Ne deriva che Genova e Firenze hanno un surplus di oro, mentre Venezia ne è sempre alla ricerca per pagare le merci importate.
Sul ritardo del ducato veneziano può avere influito anche la grande affermazione del grosso in argento, che i veneziani avevano interesse a non oscurare. Il ducato ha un tenore di lega talmente elevato e costante, da venire chiamato zecchino, cioè uscito dalla zecca.
Collodi nel suo Pinocchio usa gli zecchini d’oro. Nell’immaginario collettivo, lo zecchino d’oro è qualcosa di molto desiderato ma irraggiungibile ai più.
Le tre nuove monete d’oro hanno un peso di 3,5 grammi, pari a quattro volte il valore nominale o di conto del tarì arabo.
Per dovere di cronaca, segnalo cha Amalfi coniò, già nel XII secolo, una moneta d’oro equivalente al tarì, a dimostrazione degli importanti commerci stabiliti con la Sicilia e il Nord Africa. Questa moneta non ha diffusione in Europa e la sua vita è breve, soffocata dalla conquista normanna.
I sottomultipli del genovino sono la quartarola, pari a un quarto, e l’ottavino, pari ad un ottavo, equivalente a un soldo.
La quartarola è molto importante, poiché il suo peso equivale al tarì arabo, moneta riconosciuta in tutto il Mediterraneo ed usata in particolare per acquistare il grano dalla Sicilia.
A Genova rimane l’uso del grosso e del quattrino in argento.
I sottomultipli in argento del fiorino sono il grosso, pari ad un ottavo, il quattrino, pari a un sessantesimo e il denaro pari a un duecentoquarantesimo. Il quattrino vale quattro denari.
L’introduzione delle monete in oro supera uno dei fondamenti della riforma carolingia, cioè il sistema monometallico basato sull’argento.
Ora il sistema diviene bimetallico. Ne beneficiano gli scambi, soprattutto le transazioni importanti, mentre poco cambia per il commercio al dettaglio o al minuto, che rimane legato alle monete in argento.
Le monete d’oro sono utilizzate dai mercanti e dai banchieri ed entrano nelle casse dei sovrani, ma restano estranee al popolo che conosce in pratica solo quelle d’argento.
Sono giunte sino ai nostri giorni definizioni e modi di dire che dimostrano ciò.
Nella lingua francese si dice a de l’argent per indicare che qualcuno è ricco. Si dice anche c’est l’argent qui fait la guerre.
È giunto fino a noi l’uso del termine quattrino per indicare il denaro. Si dice, ad esempio, non ha il becco di un quattrino. oppure è uno squattrinato.
Lo stesso avviene per il soldo: puoi comperarlo per quattro soldi, mi pagano quattro soldi, senza un soldo.
Il verbo assoldare indica assumere qualcuno per un compito preciso a pagamento, come il mestiere delle armi. Ha un significato dispregiativo, di qualcuno che combatte per denaro e non per un ideale. In seguito il termine soldato verrà attributo al militare del livello più basso, ma perdendo l’aspetto dispregiativo

Enrico Di Gianfrancesco

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