Gli Ebrei in Italia tra inclusione, segregazione ed espulsioni.

Mi sono chiesto spesso che ruolo abbia avuto la cultura ebraica nella società italiana. Di sicuro ha dato un importante contributo ma, come avviene frequentemente nello studio della storia, non è possibile limitarsi ad analizzare una singola area geografica, soprattutto in un’Europa così piccola ed integrata che si potrebbe definire, con un termine odierno, interconnessa.
In questa piccola Europa ogni espulsione da uno Stato implica lo spostamento, la migrazione verso un altro, in quel dato periodo, più accogliente.
Dal XII al XV secolo nell’Europa Occidentale sono state numerose le persecuzioni ed espulsioni delle comunità ebraiche:
– 1290: espulsione dall’Inghilterra,
– 1348-1375: persecuzioni in Germania con le accuse di responsabilità per le epidemie e riparo nel Nord Italia, Polonia e paesi dell’Europa dell’Est.
– 1391: pogrom di Siviglia e conversione forzata,
– 1394: espulsione da Parigi,-
1492: espulsione dalla Spagna e riparo in Italia e Paesi Bassi dove c’è sicurezza economica e tolleranza, in particolare nei Paesi Bassi,
– 1492: espulsione dal Regno di Sicilia,
– 1510: espulsione dal Regno di Napoli, entrambi dipendenti dalla Spagna,
– 1597: espulsione dal ducato di Milano.
Nel XVI secolo il popolo ebraico, ad esclusione della penisola iberica, era sparso in tutta l’area mediterranea: dall’Occidente cristiano al Sud e all’Oriente musulmano e nel Nord Europa di lingua germanica, ancora cristiano.
È una frammentazione in piccole comunità sempre minoritarie, disperse tra altre popolazioni, senza però confondersi, anche se sono frequenti gli incroci con elementi della cultura maggioritaria ospitante. È quindi corretto che in Italia vengano chiamati Ebrei Tedeschi gli Askenaziti ed Ebrei Spagnoli i Sefarditi.
Quindi due grandi gruppi, ai quali vanno aggiunti gli Ebrei Levantini, secondo la definizione veneziana.
È interessante notare come gli Ebrei abbiano difeso con ostinazione le proprie radici religiose e ritualità, spesso a viso aperto, in alcune occasioni ricorrendo a sotterfugi e a mascheramenti, o ad apparenti conversioni. Sono stati costretti a numerosi spostamenti, fughe da regioni divenute ostili, verso altre più tolleranti o che vedevano con interesse la possibilità di integrare nuclei ebraici.
Oltre alla perseveranza, occorre mettere in evidenza la capacità di adattamento alle realtà nelle quali si sono inseriti.
Mi piace affrontare un aspetto apparentemente banale, molto più semplice delle complesse questioni etiche e religiose: la cucina. È molto interessante notare come non esista una unica cucina tipica. Infatti le comunità ebraiche hanno assorbito cibi e piatti delle regioni ospitanti, purché prodotti e cucinati secondo le regole del Kasherut.
Qualche eccezione, come ad esempio in Spagna dove gli ebrei cucinavano i piatti di carne con cipolla non nel lardo come i cristiani, ma nell’olio. Questo tipo di cottura è poi rimasta nella cucina spagnola.
Originariamente gli Ebrei erano contadini e pastori. Nel XVI secolo sono mercanti, prestatori su pegno, finanzieri, medici, artigiani, fabbri. Introducono in una Bisanzio in decadenza, ormai Istanbul, la stampa dei libri e l’arte di fondere gli affusti dei cannoni.
Abbiamo visto che molti riparano in Italia e nei Paesi Bassi.
In Italia molti Sefarditi vengono accolti a Ferrara e nello Stato della Chiesa in due grandi colonie ad Ancona e a Roma.
A Venezia arrivano soprattutto Ebrei Tedeschi e Levantini, questi ultimi apprezzati per i legami commerciali con l’Oriente.
Vengono espulsi da Genova due volte nel 1550 e nel 1567.
Mentre Genova li espelle, l’Olanda, a quel tempo sua rivale economica, li accoglie. Nei Paesi Bassi settentrionali, quindi in Olanda, si instaura un rapporto positivo con la cultura protestante, che aiuta gli Ebrei e ne viene a sua volta aiutata. Sembra, appunto, abbiano svolto un ruolo non indifferente nel raggiungimento del primato coloniale olandese.
Nel 1581 a Ferrara si registrano casi di violenze contro la comunità ebraica. Molti fuggono verso Venezia che toglie così alla città estense il ruolo di centro di insediamento degli Ebrei Ispano-Portoghesi. Qui i nuovi arrivati entrano in contatto con gli Ebrei Tedeschi e Levantini.
La quota del capitalismo ebraico, gestito dai Portoghesi e dai Levantini, cresce negli scambi marittimi, con Amsterdam, Venezia, Ancona, Istanbul divenute sedi di importanti e floride colonie ebraiche.
A Venezia dapprima gli Ebrei vengono fatti risiedere nell’Isola della Giudecca, poi obbligati nel 1515 a trasferirsi nel Sestriere di Cannareggio, nel Gheto così chiamato per la presenza dei getti delle fonderie. Con il termine Giudecca nell’antichità si indicavano i quartieri ebraici (dal latino Judaeus), soprattutto in Sicilia e nelle città del Sud Italia. Al momento dell’espulsione, nel 1492, in Sicilia vivono circa 37.000 Ebrei in ben 90 Giudecche.
Il termine ghetto viene utilizzato anche in altre città, per indicare il quartiere dove venivano fatti risiedere gli Ebrei.
La segregazione nei ghetti è in parte sgradita, in parte accettata dai suoi abitanti perché si sentono più sicuri e protetti. È come fosse un piccolo territorio o stato ebraico. Il primo Ghetto o Gheto Novo risulta presto insufficiente e vengono istituiti un Gheto Vecchio e uno Novissimo. Gli aggettivi novo, vecchio e novissimo si riferiscono all’età delle fonderie, non a quelle dei Ghetti. Il Gheto Novo e il Gheto Vecchio erano due fonderie di bombarde in bronzo.
Il Gheto è praticamente un’isola collegata al resto della città da due ponti dotati di cancello che veniva chiuso ogni sera.
Il quartiere è rimasto il fulcro della comunità ebraica di Venezia ed è stato sede di sinagoghe o Scole: Scola Grande Tedesca, Levantina, Spagnola, Italiana.
Agli ebrei ashkenaziti il governo veneziano concede di esercitare la medicina, la strazzeria (vendita di merce usata) e il mestiere di prestatori di denaro, cioè di fatto un’attività creditizia che ai cristiani era impedita da motivi religiosi. Si riteneva, infatti, contrario alla morale cattolica il lucrare interessi su somme date in prestito. Nel ghetto ci sono banchi di pegno, o meglio di credito su pegno. I banchi rilasciano una ricevuta su carta colorata. I colori utilizzati sono tre: verde, nero e rosso. La definizione avere il conto in rosso deriverebbe proprio dal colore delle ricevute ed indica l’aver fatto ricorso ad un prestito in danaro.
Dobbiamo ora tornare indietro al 1215 al IV Concilio Lateranense nel quale si decide di lasciare agli Ebrei poche attività: il commercio di abiti e tessuti usati e il prestito su pegno.
Nonostante il divieto della religione cristiana al prestito con interesse, esso è largamente praticato a Venezia, Genova, Firenze ed altre città toscane, tutte profondamente religiose. È qualcosa che la religione non riesce a fermare. La rinascita e lo sviluppo delle città genera situazioni che sconvolgono i vecchi equilibri feudali, signorili e vescovili. Ci sono i ceti emergenti dei commercianti, degli artigiani, delle professioni liberali, dei borghesi. Le crescenti transazioni commerciali e le cessioni di beni necessitano di moneta, che scarseggia. Il commercio su grandi distanze ha bisogno di credito per affrontare i costi di lunghi viaggi in mare e l’acquisto delle merci. A Venezia, sorgono attività finanziarie, i banchi dei cambiavalute e dei prestatori. Nascono le scritture, i conti, le lettere di credito. Nasce il capitalismo mercantile. Arrivano le fortune per i più intraprendenti e famiglie di mercanti si arricchiscono grazie ai commerci. Sono forme nuove di ricchezza, differenti dalle rendite dei possedimenti terrieri dei signori, delle abbazie, dei Vescovi. La religione non riesce a fermare tutto ciò, ma non può neanche continuare a considerare negativamente i commercianti e gli artigiani, i nuovi parvenu. La questione della remunerazione dei prestiti viene a lungo dibattuta da canonici esperti in diritto.
Così mentre Venezia continua a finanziare i propri commerci, Genova, Firenze, Siena e Milano si specializzano nel finanziamento dei commerci con il Nord Europa e nei grandi prestiti rivolti spesso a sovrani stranieri. Nasce il capitalismo finanziario.
Ma non ci sono solo i grandi commerci. C’è un commercio minuto, di prossimità, ci sono i mercati settimanali nella città, dove i contadini vendono i loro prodotti e possono acquistare gli attrezzi agricoli prodotti dagli artigiani. Anche il piccolo commercio ha necessità di credito.
Progressivamente i prestatori Lombardi e Toscani sono attratti dal Nord Europa ed in Italia rimane più spazio a disposizione dei piccoli banchi di prestito su pegno ebraici che prestano denaro ad un tasso di interesse moderato. Questo era considerato un ruolo importante verso le persone più povere e verso il piccolo commercio.
Risulterà conveniente ricorrere al prestito ebraico anche da parte di comuni, di signori e dei meno abbienti per il pagamento delle tasse. Il prestito risulterà quindi un mezzo per gli ebrei per inserirsi nell’economia cristiana. Inoltre il sostegno che il prestito ebraico costituiva per la fiscalità avrebbe stabilizzato il loro ruolo e la presenza nelle comunità cristiane.
Il prestatore ebreo è utile, poiché opera con un tasso di interesse relativamente basso. Numerose città dell’Italia del Nord, anche se non sedi di colonie ebraiche, chiedono di avere un prestatore ebreo, sia per aiutare i più poveri, sia per favorire il commercio e l’artigianato.

Cerco spesso di dare uno sguardo a Novara, la città nella quale risiedo e di inserirlo nei miei studi. Città di piccola dimensione che ha smesso di avere un ruolo significativo al momento dell’avvento della signoria, che ha soffocato le aspirazioni di un brillante comune in crescita. Ebbene risulta che Novara non sia stata mai sede di una significativa comunità ebraica, come invece è avvenuto nelle vicine Vercelli e Casale Monferrato. Forse a seguito dell’espulsione degli ebrei dal Ducato di Milano. Forse perché la città non è stata toccata dalla migrazione degli Ebrei Provenzali in Piemonte, non essendo ancora inserita nell’orbita dei Savoia.
Sta di fatto che tra le scarse documentazioni emerge la presenza a metà del ‘400 di due prestatori di credito su pegno: Abram Josep de Alamania e Grassino de Vicentia. Inoltre è nota la presenza della famiglia askenazita Clava, che gestiva un banco di credito su pegno nella seconda metà del XVI secolo.

Enrico Di Gianfrancesco

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