Le misure di contenimento delle epidemie del passato.

Peste nera del 1347-1352. La diffusione del contagio in Europa.

Marc Bloch ha così descritto la missione dello storico: “comprendere il passato attraverso il presente e comprendere il presente attraverso il passato”.
È questo lo spirito che mi guida in questo esame delle similitudini e differenze tra il Covid e le grandi epidemie del passato, iniziato con l’articolo pubblicato domenica 24 ottobre.
Fino al XIX secolo la medicina non è in grado di comprendere pienamente le cause delle epidemie, né di indicare efficaci cure e rimedi. Malgrado ciò i governanti, incalzati dagli eventi, prendono numerose misure di contenimento della diffusione del morbo, alcune efficaci, altre inefficaci, alcune addirittura nocive.
Due sono molto famose: la quarantena e il lazzaretto.
La quarantena è una misura istituita a Venezia che consiste nel porre in isolamento per quaranta giorni gli equipaggi delle navi che entrano nel porto, per accertarsi dell’assenza di contagiati dalla peste.
Il termine quarantena è usato oggi per indicare l’isolamento di soggetti infetti ed è adottato anche da lingue estere.
La parola lazzaretto sembra derivare da San Lazzaro, il Lazzaro della parabola, protettore dei lebbrosi, protezione estesa a tutti gli affetti da malattie contagiose.
Venezia è la prima città a dotarsi di un lazzaretto, sull’isola detta del Lazzaretto Vecchio. Qui si trova il convento di S.Maria di Nazareth e una seconda ipotesi indica la derivazione di lazzaretto da Nazareth. La prima ipotesi mi sembra più credibile, ma poco importa. Nell’isola vengono concentrate tutte le persone affette dalla peste, per isolarli dal resto della popolazione ancora sana. Il lazzaretto ci fa pensare ai reparti specializzati Covid degli odierni ospedali nei quali vengono isolati i malati, ma al tempo della peste non si conoscono cure o rimedi efficaci e quindi lo scopo è la separazione per ridurre la possibilità di trasmettere il morbo, più che la ricerca della guarigione.
Venezia approfitta di un’isola, ma questo non è possibile nelle città di terraferma. Qui i lazzaretti vengono costruiti fuori delle mura, spesso in direzione sud-est, cioè verso Gerusalemme. Si tratta all’origine di costruzioni in legno, ma in seguito, a causa delle frequenti epidemie, si costruiscono strutture stabili anche di grandi dimensioni in muratura, come quello di Milano a Porta Venezia, nel quale Manzoni ambienta l’incontro tra Renzo e Lucia, demolito solo nella seconda metà del XIX secolo.
Dedico spesso particolare attenzione a Novara, città in cui risiedo. Si ha notizia di un lazzaretto nel 1630 nel sobborgo di Sant’Agabio, sembra sulle rive del Terdoppio. La città è già in preallarme per le notizie di numerosi casi di peste nel Ticino a seguito del passaggio di un esercito di Carlo V che ha attraversato le Alpi per sedare una rivolta a Mantova. Un mercante colpito dal morbo viene scoperto a Sant’Agabio.
Qui evidenzio un fatto nuovo. Ho già individuato il ruolo dei grandi commerci internazionali nella diffusione delle epidemie, ma ora in un periodo di continue guerre, i movimenti degli eserciti si mostrano tra i principali portatori.
Ho prima accennato anche ad alcuni aspetti religiosi.
Una delle credenze principali è stata che questo flagello fosse un castigo divino verso le nefandezze e i peccati del genere umano.
Ricorro ancora alla descrizione del Boccaccio: “… la mortifera pestilenza, la quale …. per le nostre inique colpe da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali …”
La diffusione della peste nera avviene in un tempo ancora intriso di grande misticismo e religiosità e la Chiesa sostiene questa tesi. Vengono così organizzate grandi processioni che certamente hanno l’effetto opposto al desiderato per gli assembramenti di persone.
Lo stesso Carlo Borromeo ne organizza numerose nella Milano del 1576-1577 causando l’irritazione del governatore spagnolo.
La tesi del castigo divino ha probabilmente causato dei ritardi iniziali nei provvedimenti contro la diffusione del morbo.
All’inizio della peste nera si incolpano prima i lebbrosi poi gli ebrei, nel caso di questi ultimi, anche con la complicità della Chiesa.
Faccio ancora un riferimento al Boccaccio, perché la sua prefazione al Decamerone è veramente esplicita ed emblematica.
La peste si mostra con vistosi bubboni sui corpi degli infetti. Questo genera senso di ribrezzo che Boccaccio chiama schifo e che non risparmia parenti, amici e persone amate.
“… era con si fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava ed il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito, e che maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.“
Una descrizione terribile, ma questo senso di schifo ha probabilmente salvato molte vite umane.
Un’altra misura viene presa frequentemente: la sospensione di fiere e mercati. È una decisione impopolare perché colpisce le attività economiche anche piccole. Pensiamo a contadini ed artigiani che perdono l’occasione di vendere il risultato del lavoro di mesi. Stessa sorte subiscono le occasioni di balli e suoni. Si tratta di misure che abbiamo visto anche con il Covid.
In alcune città si arriva alla soppressione di cani e gatti, quali possibili trasmettitori del morbo. Nel caso dei gatti si tratta di un provvedimento certamente nocivo, poiché è noto il loro comportamento contro i ben più nocivi topi.
L’ingresso di animali utili, quali gli equini e i bovini in uno stato o in una città viene controllato. Ad esempio si ha notizia di permessi di introduzione di questi animali solo in siti posti presso un corso d’acqua nel quale si faceva immergere completamente l’animale.
Vengono messi “al bando” città e territori nei quali è noto l’imperversare del morbo.
Il termine bando è legato anche al banditore, cioè al messo dell’autorità cui è affidato il compito di raggiungere in modo capillare le località del territorio e leggere ad alta voce le disposizioni emanate e le raccomandazioni suggerite. La lettura è preceduta da alcuni squilli di tromba per attirare le persone. Tramite la lettura l’editto o il decreto viene reso pubblico, cioè viene pubblicato.
Pensate all’assenza dei moderni sistemi di comunicazione attraverso i quali è facile diffondere con tempestività informazioni e disposizioni.
Si teme che il contagio si diffonda anche attraverso gli oggetti. Tra quelli provenienti da lontano ci sono le lettere che sono sottoposte a trattamento di sanificazione.
Come si poteva sanificare o disinfettare nel ‘500 e nel ‘600?
Il mezzo purificante per eccellenza nell’antichità era il fuoco. Ovviamente nessuno pensa di bruciare la corrispondenza, ma si ricorre al fumo. I procedimenti di affumicamento sono noti per la conservazione di pesce e carne. Nel caso delle lettere si usa il fumo di legni odorosi, come il pino e il ginepro arricchito con spezie quale ad esempio l’incenso.
Si tratta dei suffimigi.
Per la sanificazione della corrispondenza ci sono appositi uffici della posta detti stazioni di sanificazione, situati fuori città lungo le rotte dei servizi postali. Una di queste stazioni viene citata alla Bettola nei pressi di Novara, per la posta proveniente dalla Francia e diretta a Milano. La lettera divenuta netta è contrassegnata e in epoche più recenti viene apposto un apposito timbro.
Anche chi porta con se da un’altra città una lettera è tenuto a dichiararla e a far inserire nella sua bolletta la dichiarazione di avvenuta sanificazione.
Quindi c’è il ricorso agli odori. Questa credenza è impiegata anche nelle città, dove chi deve per necessità spostarsi tiene in mano all’altezza del viso un mazzolino di fiori profumati nella convinzione che gli odori “buoni” si opponessero ai fetori emanati dai corpi infetti.
Ovviamente non ci sono prove che questi rimedi siano stati efficaci, così some non ci sono prove della trasmissione dell’infezione tramite le lettere.
Governanti e funzionari pubblici hanno messo in atto le misure di contenimento descritte, pur in assenza di indicazioni fornite dalla scienza medica.
Come ha scritto il già citato Boccaccio “..A cura delle quali infermità né consiglio di medico né vertù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto.”
Occorre appezzare lo sforzo e l’impegno di governanti e funzionari, forse più difficile ieri che oggi quando essi dispongono almeno di informazioni attendibili e tempestive.

Per chi volesse approfondire, segnalo il libro “Contagio” di Andrea W. D’Agostino dal quale ho tratto numerose ed utili informazioni.

Enrico Di Gianfrancesco

I contenuti presenti sul blog “Laboratorio Storico” sono di proprietà di “Laboratorio Storico di Enrico Di Gianfrancesco”.
È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti in qualsiasi modo o forma. È vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore.
Copyright © 2021 Laboratorio Storico – Tutti i diritti riservati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *