
L’epidemia di oggi e quelle del passato: l’uomo ha dovuto sempre combattere contro fenomeni caratterizzati dalla diffusione di malattie altamente contagiose e mortali.
Quali sono state le strategie di difesa ed i provvedimenti adottati in passato?
Quali le cause e la provenienza delle malattie?
Come il tessuto sociale ha contribuito alla diffusione prima e al suo contenimento in seguito?
Quali sono state le conseguenze sociali ed economiche delle grandi epidemie?
Quali le similitudini tra le strategie impiegate per combattere il Covid e le epidemie del passato?
Il mio è un tentativo di rispondere a queste ed altre domande con un approccio storico, scritto da una persona che, come milioni di altre, ha vissuto e sta tuttora vivendo l’ultima grande epidemia e che ricerca similitudini e differenze tra il passato e il presente.
Evito di fare la cronaca storica di tutte le epidemie di cui si ha notizia, perché nota e non indispensabile a cercare risposte alle domande che mi sono posto.
Inizio con quella di cui, per prossimità storica, abbiamo abbastanza informazioni per capire cosa è successo, le reazioni della società e le conseguenze economiche e sociali: la Peste nera, o Peste bubbonica degli anni 1347-1350.
La peste sembra si sia originata in Cina o in Mongolia e si sia trasmessa attraverso le carovaniere fino a giungere alle porte del mondo occidentale in Crimea. Qui, punto di arrivo delle preziose merci asiatiche, i genovesi avevano stabilito importanti colonie commerciali. Proprio una nave genovese sembra aver portato la malattia in Italia, con le sue prime manifestazioni a Messina nel 1347. La diffusione prosegue coinvolgendo rapidamente l’Italia settentrionale nel 1348.
Viene quindi individuato un luogo di origine, anche se non ben definito a causa delle carenze di informazione dell’epoca. Infatti si parla genericamente di Cina, non di una città specifica.
Lo stesso Boccaccio nell’introduzione al Decamerone scrive “…nelle parti orientali incominciata, quelle d’innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, inverso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata”.
È individuata una modalità di diffusione: i trasporti, e qui compare il ruolo del commercio e dell’area geografica più sviluppata economicamente: il Nord della penisola italiana.
In questa zona sono concentrate molte grandi città: Venezia, Genova, Firenze, Milano, i traffici commerciali sono intensi con grande mobilità, per l’epoca, anche delle persone.
Le condizioni igieniche delle città sono pessime: molte persone vivono ammassate in spazi limitati e in piccoli e malsani alloggi. Le fognature sono assenti e quindi ovunque vi sono liquami, escrementi e sporcizia di ogni genere.
Il morbo trova nelle città terreno fertile per la sua diffusione.
Solo Milano e parte del suo Ducato vengono parzialmente risparmiati. Non è chiaro il motivo, anche se è noto che i Visconti sono stati particolarmente rigidi nel bloccare i movimenti di persone e merci.
La pianura padana ha forti contatti commerciali con il Nord Europa e la diffusione del contagio continua.
A dare una mano al morbo pensano i monarchi inglesi e francesi impegnati nella guerra dei cent’anni che provoca distruzioni su gran parte del territorio francese. La presenza e la mobilità dei grandi eserciti in campo e le masse di contadini in fuga che cercano rifugio nelle città danno certamente il loro contributo negativo.
La Francia viene coinvolta nel 1348-1349, nello stesso anno la peste giunge in Inghilterra per poi diffondersi in Germania e verso la Scandinavia.
La diffusione è lenta, come lo sono i trasporti dell’epoca. Dalla pianura padana al Nord della Francia occorrono circa 3 settimane di viaggio. Oggi in 24 ore è possibile fare il giro del mondo e ciò facilita la diffusione delle epidemie.
Altra area risparmiata è la Polonia grazie alla chiusura dei confini dello stato.
Se alcuni governi hanno istituito dei blocchi alla circolazione delle persone, è evidentemente perché nasce presto la percezione della trasmissione della malattia da persona a persona: il famoso contagio.
Una volta individuata la trasmissione del morbo da individuo a individuo, ne consegue la principale modalità di contenimento: la restrizione alla mobilità delle persone.
Per istituire efficaci ostacoli alla circolazione occorre avere un governo forte e ben organizzato, cosa che certamente manca in Francia a causa della guerra.
Mobilità e restrizioni: sono gli stessi temi del dibattito e dei provvedimenti cui abbiamo assistito a partire da marzo 2020 in Europa e nel mondo.
La peste si esaurisce dopo alcuni anni, ma rimane come un fenomeno endemico in Europa, ripresentandosi numerose volte nei secoli successivi.
Sono altrettanto famose le pestilenze del ‘600 sulle quali le informazioni sono ovviamente maggiori.
Trovo interessante il caso della peste di Milano del 1576-1577, conosciuta come Peste di San Carlo.
Carlo Borromeo vescovo di Milano ottiene nel 1576 l’estensione a Milano del Giubileo romano del 1575. Questo induce molti pellegrini a recarsi in città interessati all’acquisizione di indulgenze.
Nello stesso periodo un’epidemia di peste si sta diffondendo a Trento, Mantova e Venezia.
Preoccupato, il governatore spagnolo introduce restrizioni ai pellegrinaggi, consentendo l’accesso in città solo a piccoli gruppi di persone in possesso della “bolletta“, un certificato sanitario rilasciato dalle autorità del luogo di provenienza, che attesta l’assenza di sintomi della peste.
È l’equivalente dell’attuale certificato verde o green pass, anche se in assenza del vaccino, si fa riferimento solo ai sintomi.
Il Vescovo collabora con queste restrizioni e, per ridurre l’affluenza a Milano, estende ad altre chiese della diocesi i benefici del giubileo, cioè l’ottenimento delle indulgenze.
La diffusione del morbo non si arresta e le restrizioni divengono sempre più importanti.
Si bloccano i commerci e si obbligano le persone a rimanere nelle proprie abitazioni, concedendo solo al capo famiglia di uscire per i bisogni alimentari.
Ciò ci ricorda le autocertificazioni del 2020-2021.
Nel 2020 è stato utilizzato un termine inglese, lockdown, poco comprensibile ai più, per definire quello che in Italia si faceva già nel ‘500.
Il governatore spagnolo si comporta quindi in modo simile a quello degli attuali governi europei e mondiali nel tentativo di bloccare il Covid.
Quando la situazione precipita, il governatore si trasferisce però in luogo sicuro in campagna e come lui fanno molti ricchi milanesi, compresi rinomati medici. Carlo Borromeo rimane invece in città per occuparsi dell’assistenza ai malati. Il suo è indubbiamente un comportamento degno e meritevole ma, consapevole del pericolo, adotta importanti precauzioni: parla con i suoi collaboratori ed altri interlocutori solo a distanza, cambia spesso gli abiti che fa lavare in acqua bollente, purifica con una spugna imbevuta di aceto gli oggetti che tocca, tiene le monete per le elemosine in otri colmi di aceto e usa una bacchetta bianca per non far avvicinare le persone.
È chiaramente l’uso di precauzioni simili a quelle che ci sono state raccomandate a partire dal marzo 2020: distanziamento e igienizzazioni.
C’è di più. Per evitare gli assembramenti nelle chiese per le messe e le funzioni religiose, fa erigere delle steli o colonne con in cima una croce nei principali incroci stradali cittadini.
In questi luoghi vengono sistemati degli altari e svolte all’aperto le funzioni religiose alle quali il popolo assiste affacciandosi alle finestre delle abitazioni.
Si tratta di eventi svolti a distanza.
È lo stesso concetto delle moderne videoconferenze via internet.
Un esempio riguarda anche la città di Novara, dove risiedo.
Durante la pestilenza del 1630-1631 si ha notizia dell’obbligo dei cittadini di restare nelle proprie abitazioni.
In pieno centro, quello che oggi è definito il cantun di uri, venne chiamato dopo la peste cantun della croce bianca, perché in quel punto, venne eretta una stele (aguglia) in migliarolo (marmo di Baveno) con in cima una croce di quel colore. Qui, da un altare in strada, veniva celebrata la messa. I fedeli, obbligati a rimanere nelle loro case, assistevano alle funzioni religiose dalle finestre delle abitazioni, evitando gli assembramenti. Certo il raggio d’azione era limitato, ma ovviamente all’epoca non si poteva fare di più. Carlo Francesco Frasconi cita anche altari posti in altri cantoni della città. La croce bianca venne poi rimossa perché di intralcio al passaggio dei carri in quel punto nevralgico.
C’è un’altra interessante similitudine tra misure precauzionali del passato e del presente relativa all’asporto.
A Firenze durante la peste del 1630 gli osti praticarono delle feritoie nella parete in comunicazione con la strada per consegnare brocche di vino ai clienti, senza entrare in contatto con essi. Sono chiamate le buchette del vino. È un esempio di asporto dell’epoca.
Possiamo quindi concludere questa prima analisi affermando che, non considerando tutte le attuali innovazioni tecniche, gli strumenti di base utilizzati per combattere il Covid non sono molto dissimili da quelle del passato per combattere le pestilenze.
Enrico Di Gianfrancesco
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