A partire dal XI secolo la rinascita economica delle città ha notevoli conseguenze sociali. Il feudalesimo perde potere e rimane confinato nelle campagne, mentre nelle città fioriscono commercio e artigianato. Le città si approvvigionano dei fabbisogni alimentari dalle campagne circostanti che costituiscono anche il più facile, benché limitato, mercato di sbocco per gli attrezzi e i manufatti prodotti dall’artigianato cittadino. Si tratta di scambi a corto raggio, normalmente la distanza percorribile a piedi o con i carri in una giornata. Oggi li definiremmo a chilometro zero.
Il commercio più importante avviene però tra città anche distanti e ovviamente richiede conoscenze ed organizzazioni superiori, oltre affrontare il problema dei difficili trasporti via terra.
Un forte impulso ai commerci viene dalle città di mare, prima tra tutte Venezia, da dove ha inizio la ripresa dei rapporti con l’Oriente. Le città italiane riescono a riprendere il controllo del Mediterraneo. I porti offrono opportunità di lavoro e chi si imbarca ha possibilità di guadagnare con piccoli commerci.
Le città iniziano a darsi una propria struttura organizzativa e gestionale nettamente più moderna e progredita di quella feudale e che richiede una certa autonomia e libertà di azione.
Alcuni ostacoli, in questa fase, vengono dalla Chiesa che si mostra ostile ai commerci, e solo in parte dai sovrani e dai feudatari. Infatti alcuni di essi concedono autonomie, perché comprendono le opportunità derivanti dalla crescita dei commerci con l’incremento di dazi, pedaggi e la richiesta di moneta.
La crescita economica impone il concetto del riconoscimento e rispetto della proprietà privata, realtà completamente assente nelle campagne assoggettate al feudalesimo. Qui tutto è proprietà del signore e la grande maggioranza dei lavoranti sono suoi servi.
Le città permettono una crescita sociale che è impossibile nelle campagne. I giovani possono diventare apprendisti nelle botteghe artigiane, partendo dai ruoli più umili, ma possono imparare lentamente il mestiere ed aspirare a divenire artigiani indipendenti, superando le prove per entrare a far parte delle corporazioni. Le città offrono quindi l’opportunità dell’ascensore sociale, per utilizzare un termine attuale.
“Stadluft macht frei” cioé “l’aria della città rende liberi” è un famoso proverbio tedesco che risale all’XI secolo e si riferisce ad un principio della nascente legislazione cittadina. Se un servo delle campagne riesce a fuggire e a trovare rifugio in una città, dopo un anno e un giorno acquista lo stato di libero cittadino. Ciò è possibile grazie all’autonomia acquisita dalle città rispetto alle autorità feudali.
Si tratta di un principio giuridico, ma si adatta bene ad essere usato come uno slogan che sta ad indicare la diversa opportunità offerta dagli ambienti cittadini rispetto a quelli delle campagne. Lo slogan ha similitudini con quello recente del “sogno americano”. Viene anche immediato pensare alla ben nota frase “Arbeit macht Frei” sulla porta di ingresso di molti campi di concentramento nazisti. Non so se i nazisti hanno tratto quella frase dal proverbio medievale.
Il periodo di crescita economica inizia alla fine del X secolo. Oltre alla attività delle città, contributi vengono anche dall’incremento della produttività agricola conseguente al nuovo ordine medievale, certamente insoddisfacente, ma comunque migliore del precedente disordine, e dall’interesse del ceto aristocratico verso i consumi di lusso che stimolano i commerci.
Le città sono il motore della crescita: sono le sedi dei mercati, dell’artigianato e della manifattura
I primi centri urbani a prosperare sono: Amalfi, Barcellona, Bruges, Colonia, Genova, Londra, Milano, Pisa, Saint’Omer, Tolosa, Venezia, Ypres. In queste città si inizia a percepire la necessità di stabilire delle regole per i commerci, l’attività artigianale, il lavoro. È necessario dare riconoscimento ai contratti per lo scambio delle merci, l’affitto o l’acquisto degli immobili, così come è indispensabile stabilire regole per la soluzione dei contenziosi, l’assunzione di manodopera, il prestito del denaro.
Lo spettro della servitù e dei soprusi è ancora ben presente, per questo gli operatori economici, commercianti ed artigiani, pretendono il riconoscimento del proprio stato, della libertà acquisita e della proprietà dei beni frutto del proprio lavoro, così come degli strumenti di lavoro. Mercanti ed artigiani si riuniscono e stabiliscono un rapporto diretto con l’autorità, che può essere un signore, un nobile o un vescovo.
Si tratta in pratica della nascita delle corporazioni, che assumono un ruolo di traino e contribuiscono in modo fondamentale a porre le basi dell’amministrazione delle città, delle comunitas. Nascono i comuni.
I comuni, o città stato, sono un fenomeno tipico dell’Italia settentrionale e della Toscana. Le città si rendono autonome dal potere imperiale e della chiesa. In pratica in queste aree della penisola il feudalesimo è già cessato. La crescita economica è impressionante, favorita dalla libertà di commerciare, di intraprendere attività. La ricchezza accumulata permette lo sviluppo delle arti, della scrittura, della scienza. Se potessimo conoscere i dati del PIL di allora, ci accorgeremmo certo che la pianura padana e la Toscana occupano i primi posti del mondo conosciuto.
Nel Nord Europa le autonomie cittadine sono più contrastate dalla resistenza dei monarchi e dei feudatari. Nessuna città arriva all’indipendenza.
Ben diverso è il destino del sud della penisola: i Normanni soffocano le autonomie e i commerci delle città marinare come Amalfi, Gaeta, Napoli, Salerno, Bari e instaurano un regime feudale, che verrà poi mantenuto da Angioini e Aragonesi.
Inizia così il divario economico tra Nord e Sud della penisola, problema ancora oggi irrisolto.
Enrico Di Gianfrancesco
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