Le monete medioevali – prima parte: l’età dell’argento.

Denaro in argento di Carlo Magno coniato a Pavia

Fino al secolo VIII circola in Europa la moneta aurea di Bisanzio, il solido o iperperio.
Poi, a causa delle conquiste musulmane che hanno bloccato i commerci mediterranei, cessano sia la circolazione che la reale necessità della moneta aurea.
Occorre anche considerare che l’oro destinato alla coniazione delle monete era sempre stato di provenienza africana, fin dai tempi di Roma, quindi il blocco del Mediterraneo priva l’Europa degli approvvigionamenti della materia prima di cui è priva.
Carlo Magno introduce una riforma monetaria importante, pragmatica e duratura.
Prendendo atto della scarsa necessità di moneta, dovuta non solo al blocco dei grandi commerci ma anche dalla caratteristica dell’economia rurale ed autarchica del tempo, viene presa la decisione di abbandonare il sistema aureo a favore di un sistema monetale basato sull’argento.
Come la monetazione romana, la nuova si basa sulla libra, all’origine misura di peso e poi anche monetale, fissando la libra franca a 491 grammi, quindi più pesante di circa il 50% rispetto a quella romana (327 grammi)
La libra quindi indica il peso di riferimento in argento ed è suddivisa in 240 piccole monete dette denari.
Il numero 240 corrisponde a 20 dozzine. Attenzione a questi numeri, poiché li ritroveremo spesso. Il denaro pesa 2,04 grammi ed ha come sottomultiplo il mezzo denaro o obolo.
L’obolo, termine di origine greca e latina, diventerà il sinonimo della piccola elemosina.
Il denaro e il mezzo denaro sono le uniche monete effettivamente coniate.
La coniazione è un’esclusiva dell’autorità centrale che controlla attentamente peso e titolo delle monete.
È un ulteriore aspetto dell’ordine carolingio.
Altre monete sono invece unità di conto, cioè espressioni numeriche utilizzate per facilitare i conti: il solidus equivalente a 12 denari e la libra equivalente a 20 solidi.
Dal termine libra deriva quello di lira, mentre da solidus deriva quello di soldo.
Quindi la lira vale 20 soldi.
Ricordo che mia madre citava spesso un vecchio proverbio: manca sempre un soldo per fare una lira.
Il sistema monetario carolingio mostra la chiara comprensione della situazione, ben si adatta al piccolo commercio dell’epoca, quello dei mercati locali e, pur con notevoli modifiche, perdura per alcuni secoli, fino alla reintroduzione della coniazione di monete in oro nel XIII secolo ad opera delle città commerciali italiane. La base dozzinale per le monete ed altre unità di misura è stata conservata in Gran Bretagna fino al XX secolo.
I nomi delle monete si adattano alle nuove lingue volgari:
-il denaro diventa pfenning in Germania e penny in Britannia,
-il solidus diviene shilling in Britannia equivalente a 12 pence, mentre 20 shillings sono un pound; in Italia diviene soldo,
-la libra è Pfund in Germania, pound in Britannia, livre in Francia e lira in Italia.
Il denaro porta sul dritto un simbolo dell’autorità emittente e sul rovescio una croce greca.
Da qui probabilmente l’origine del modo di dire testa o croce del lancio della monetina.
La riforma monetale carolingia non tocca il Sud dell’Italia e ciò forse approfondisce il divario economico tra Nord e Sud della penisola.
L’impero carolingio si dissolve rapidamente e presto numerosi principi feudali iniziano a coniare moneta.
Circolano molti tipi di denari, i controlli sono scarsi e si verificano molte variazioni del peso e del titolo.
L’equilibrio carolingio cessa e si ricade in una situazione di disordine che sarà di ostacolo ai commerci, ma contribuirà a far nascere il mestiere di cambista, una delle evoluzioni verso quello di banchiere.
Nel XI secolo in Germania viene introdotto il Mark di 218 grammi, come unità di peso, dal quale deriveranno il marco di Colonia e la marca di Troyes.
All’ordine carolingio subentra il disordine feudale. Il titolo dei denari viene frequentemente ridotto e le monete diventato sempre più grigie a causa dell’aumentato contenuto di rame, fino ad essere chiamate bruni in contrasto con i vecchi denari bianchi.
Le zecche più importanti in Italia sono:
-Pavia, dove vengono coniate le monete imperiali,
-Verona, famosa per il denaro veronese, molto usato a Venezia,
-Padova,
-Milano,
-Lucca, dal VII secolo seconda zecca per importanza del Regno dei Longobardi, dopo quella di Pavia e che rimane attiva anche nell’Impero Carolingio.
L’iniziativa di ridare ordine al sistema monetario viene presa alla fine del XII secolo dal più importante centro commerciale dell’epoca, cioè da Venezia, che nel 1192 conia il grosso del peso poco superiore a 2 grammi di argento e del valore di 24 denari, cioè 2 soldi, successivamente portato a 26 denari. Da questa coniazione si evince che l’originale moneta carolingia, tra riduzioni di peso e di titolo in argento, si è deprezzata di almeno 12 volte in circa tre secoli e mezzo.
Il grosso è costituito da argento quasi puro e il controllo del titolo è molto rigoroso. Ciò comporta l’apprezzamento e il riconoscimento della moneta nei commerci con l’Oriente, dove presto sostituisce le monete in oro bizantine ed arabe.
Il primo grosso è denominato grosso matapàn termine di origine araba che significa Cristo seduto.
Sul dritto è raffigurato San Marco che porge lo scettro al doge, mentre sul rovescio c’è il Cristo seduto, seguendo lo stile delle monete bizantine. Scelta non casuale, che indica il commercio verso l’Oriente come l’obiettivo principale della nuova moneta ed inoltre ci riporta al ruolo di cardine tra Europa e Oriente all’origine della fortuna di Venezia.

Grosso Matapan in argento coniato a Venezia

La nuova moneta viene ben apprezzata dai mercanti perché rispondente alle cresciute necessità del commercio e presto viene seguita dalla coniatura di monete simili da parte di altre città lombarde e toscane, come Milano, Cremona, Genova, Pisa, Verona, Bologna contribuendo alla crescita e all’interconnessione dell’area economica del quadrilatero italiano.
Non ho mai trovato un testo storico che abbini il termine grosso a quello di ingrosso, ma a me viene l’idea di fare questo abbinamento.
Il commercio si suddivide presto in commercio al minuto, commercio a corto raggio tipico dei mercati di città, per il quale si utilizza il denaro, la moneta piccola e commercio all’ingrosso, tipico dei commerci a lunga distanza, per il quale si utilizza il grosso, fino all’avvento delle nuove monete in oro.

Enrico Di Gianfrancesco

I contenuti presenti sul blog “Laboratorio Storico” sono di proprietà di “Laboratorio Storico di Enrico Di Gianfrancesco”.
È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti in qualsiasi modo o forma. È vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore.
Copyright © 2021 Laboratorio Storico – Tutti i diritti riservati.

1 commento su “Le monete medioevali – prima parte: l’età dell’argento.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *