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Nel primo articolo dedicato alla storia di Venezia, si è evidenziata l’importanza dei commerci fluviali.
La città più lontana raggiungibile dai lagunari risalendo il Po è Pavia, capitale del Regno Longobardo attraversata dalla strada che, provenendo dalla Germania, giunge fino a Roma.
Questo ne fa un luogo importante di mercato, dove i Veneziani appaiono subito come i più forniti di preziose merci orientali: incenso, seta e spezie. Offrono, inoltre, pesce e sale avendo ormai il controllo della produzione nelle lagune venete.
Il sale ha una funzione importantissima per la conservazione del pesce, della carne ed altri alimenti e i veneziani ne hanno in abbondanza. La produzione passa presto sotto il controllo di una speciale magistratura statale. Ciò indica l’importanza assunta da questa risorsa, eretta al rango di prodotto di pubblico interesse, sulla quale si basa il commercio fin dalle origini della storia veneziana. Forse si tratta del primo esempio di intervento statale in un’attività di produzione. Tutto è fatto con serietà e nell’interesse della comunità.
Dal punto di vista istituzionale Venezia è governata da una aristocrazia basata su famiglie arricchitesi per meriti commerciali e non per volontà imperiale o divina. L’attenzione alla crescita economica della comunità è prioritaria. Non ci sono le grandi rivalità tra famiglie, caratteristiche delle città medievali, che porteranno frequentemente al termine delle esperienze dei liberi comuni e all’avvento delle signorie. Tutto è regolato affinchè nessun casato prenda il sopravvento sugli altri, anche impedendo l’elezione di membri della stessa famiglia alle più alte cariche dello stato, prima tra tutte quella di doge. Non esistono, quindi, posizioni di potere pubblico ereditarie né la piaga del nepotismo.
L’esperienza istituzionale di Venezia è originale: la città non ha conosciuto il feudalesimo facendo così da battistrada alle altre numerose città-stato della pianura padana e della Toscana.
Un fenomeno unico in Europa, che è ovunque dominata da stati feudali e sovranisti.
L’Italia settentrionale e la Toscana sono uscite presto dal disordine del primo medioevo e guidano il lungo processo di crescita economica e sociale europea e conducendo le prime esperienze di tipo capitalistico.
Ma torniamo a Pavia.
I veneziani comprendono che se si vuole crescere, non si può puntare solo su sale e pesce, prodotti di base e di largo consumo, ma occorre procurarsi prodotti di lusso e provenienti da lontano, che permettono maggiori margini, quali i prodotti orientali come seta e spezie apprezzatissime dalle corti dell’epoca.
È interessante notare come le popolazioni germaniche installatesi nell’Europa occidentale abbiano rapidamente assimilato i costumi latini. Siamo abituati a considerare rozzi ed incolti questi popoli, ma ora scopriamo la grande attenzione delle loro corti alle stoffe di lusso e alle prelibatezze alimentari.
Per i commercianti veneziani diviene evidente che sete e spezie offrono un margine economico superiore a quello di pesce e sale, proprio perché destinate a consumi di élite, ma anche perché praticamente solo loro ne dispongono da commercializzare, grazie al legame con Bisanzio.
Su questi beni di lusso si concentra quindi l’attenzione dei commercianti della laguna. I prodotti sono molto apprezzati dalle corti, dalla nobiltà e dalle aristocrazie europee, disposte a pagare un prezzo elevato per averli.
Le sete consentono di realizzare abiti di lusso, vero status symbol dell’epoca. Le spezie sono destinate ad arricchire il gusto di vivande e bevande e sono utili anche per la loro conservazione. Una ricca varietà mostrata sulla tavola dona sempre grande prestigio.
A Pavia, come in altre città lombarde, i mercanti veneziani si trovano in concorrenza con quelli di Comacchio, il cui porto fluviale era allora sul corso del Po ed è divenuto il porto di Ravenna, dopo l’insabbiamento di quello originario di Classe. Qui arrivano merci provenienti da Bisanzio (spezie e tessuti) e dal meridione della penisola (olio e vino). Inoltre nelle valli di Comacchio c’é un’importante attività di raccolta del sale. Comacchio ottiene dai Longobardi la possibilità di utilizzare i fiumi per i commerci con l’imposizione di dazi pagati con sale.
La fortuna di questa città declina a causa delle guerre tra Bizantini e Longobardi, prima, e Franchi dopo, per il possesso delle terre dell’Esarcato. La città passa sotto il controllo franco-longobardo e si arrestano i commerci con Bisanzio.
Senza contare che presto il porto si insabbia a causa della modifica del corso del Po.
L’attrito tra Venezia e Comacchio sfocia nella distruzione di quest’ultima che secondo Lane avviene nel 866, secondo altre fonti nel 932. In fondo poco importa la precisione della data. Lo è invece l’episodio che determina l’eliminazione del concorrente di Venezia, alla quale rimane il monopolio dei commerci dall’Oriente verso le città lombarde.
La cartina mostra la rete di tali commerci fluviali. Da notare il tratteggio della costa nella zona dell’attuale delta del Po che allora non esisteva. La costa tra Venezia e Ravenna era un susseguirsi di lagune, che si sono progressivamente insabbiate. I Romani chiamavano septem mària (sette mari) tutta la costa da Grado a Ravenna.
Eliminata Comacchio, l’attenzione dei Veneziani si sposta verso il mare, con l’obiettivo di sostituirsi a greci e siriaci nel trasporto delle merci da Bisanzio..
Per via fluviale giunge facilmente a Venezia legname proveniente dai boschi del Cadore e della Carnia, materia prima indispensabile per la costruzione delle navi.
A quei tempi la navigazione marittima era pericolosa, perché sottoposta agli attacchi e razzie sia dei pirati, sia delle città marinare con le quali si era in competizione.
I veneziani comprendono che per garantirsi una navigazione sicura occorre acquisire il controllo del Mare Adriatico.
Il pericolo principale è costituito dai pirati Narentani, la cui flotta è alle foci del fiume Narento, in Dalmazia.
Venezia assicura la sua protezione alle città costiere dell’Istria e della Dalmazia e arma una flotta che distrugge quella dei Narentani, conquistando un grande prestigio presso le città costiere di Istria e Dalmazia, delle quali assume il controllo.
Ecco quindi l’intervento del fattore militare, determinante per la sicurezza del mare e dei commerci.
Venezia ottiene grandi vantaggi dai traffici mercantili delle città costiere della sponda orientale dell’Adriatico.
Poi si spinge più a sud e si sostituisce a Bisanzio nel contrasto alle scorrerie saracene nell’Adriatico, ottenendo in cambio il libero accesso delle sue navi al porto di Bisanzio.
Dalla Puglia Venezia importa olio, vino e grano, sia per i propri consumi che per la commercializzazione.
La città lagunare si distingue rispetto alle altre della penisola: è praticamente indipendente e in forte crescita, abitata da un popolo operoso, le cui varie classi sociali sono coese per il conseguimento della crescita dei commerci, della ricchezza e del benessere. Ci sono ricchi e poveri, ma il livello di vita delle classi sociali più povere di Venezia, è superiore a quello delle altre città della penisola e a quello dei contadini vessati dai feudatari o signori locali. Anche i cittadini delle classi sociali inferiori non vedono nello stato un nemico, ma si indentificano in esso. Va sottolineato come, in più di un millennio di storia, non ci sia stata a Venezia alcuna rivolta sociale, ne alcuna violenta contesa interna per la supremazia di una fazione tendente ad acquisire il controllo dello stato.
Si afferma a Venezia la nuova classe dei commercianti o mercanti che altrove, a causa dal prevalere delle culture ecclesiastica e signorile, non trova dignità e riconoscimento.
È interessante la descrizione che il Machiavelli farà dei gentiluomini: “gentiluomini sono chiamati quelli che oziosi vivono delle rendite delle loro possessioni abbondantemente, senza avere cura alcuna o di coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere”.
I gentiluomini o signori, godevano di piena dignità anche nella cultura ecclesiastica, i laboriosi mercanti no.
Essi infatti erano accomunati ai banchieri e agli usurai.
I mercanti veneziani reinvestono parte dei loro guadagni nell’acquisto di nuove merci da rivendere. Si genera così quel processo di accumulazione progressiva di capitale destinato ad essere reinvestito e a generare nuovo capitale.
È il capitalismo mercantile, anche se il termine capitalismo non è ancora in uso nel medioevo.
In sostanza è proprio a Venezia che il commercio trova dignità e considerazione, anche perché non è contemplata la classe dei nobili generata dal feudalesimo. Mancano, infatti, le campagne, la grande proprietà fondiaria, il castello e il borgo medievale. Lo stesso Machiavelli osserverà che a Venezia si è sviluppata la Repubblica, perché mancano i gentiluomini.
Lo stato veneziano si potrebbe definire una repubblica commerciale.
Ogni decisione viene attentamente valutata, soprattutto per la previsione delle ricadute economiche.
La cultura mercantile di Venezia porta a far coincidere il bene comune con l’interesse individuale.
Non c’è spazio per avventure e gesta eroiche e cavalleresche, ne per il fanatismo religioso, che pur hanno enorme presa nell’Europa del Medioevo.
Anche la decisione di intraprendere azioni militari, è finalizzata al raggiungimento di obiettivi economici.
Se necessario, si decide di ricorrere all’impiego della forza, ma prima si tessono pazienti azioni diplomatiche.
Nel prossimo articolo, si tratterà della crescita di Venezia nel Mediterraneo.
Enrico Di Gianfrancesco
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