L’Ucraina e la letteratura Yiddish.

Ari Roussimof “Villaggio ebraico con capra” dipinto ad olio

Nelle scorse settimane, all’interno del Laboratorio Storico si sono susseguiti articoli che ci hanno illustrato quanto la storia dell’Ucraina sia stata importante dal punto di vista economico e storico per l’Europa. Rimanendo su questo filone ho pensato di chiedere a Laura quanto lo sia stato dal punto di vista letterario.
Ne è risultato il testo che segue.

Mi interesso di letteratura e cultura ebraica da alcuni anni, trovandolo un mondo dal fascino incredibile. Ogni volta che approfondisco un concetto, un autore, una tradizione, emerge qualcosa di nuovo per cui sento il dovere di soffermarmi.
Qualche giorno fa, ad esempio, in una chat di amici con cui, appunto, condivido temi di cultura ebraica ho letto la storia della città di Birobidjan. Siamo in Russia, ai confini con la Repubblica Popolare Cinese, fermata della Transiberiana. Insomma, all’apparenza un posto dimenticato dal mondo. In realtà questa città fu creata grazie alla nascita di un vero e proprio Stato autonomo ebraico, con il diritto di amministrazione autonoma (oblast) e venne riconosciuta come città da Stalin nel 1937.
La particolarità di questa zona è che la lingua ufficiale è l’yiddish. Si parla correntemente e viene insegnata nelle scuole o università insieme alla storia e ai testi classici giudaici.
Il fatto ha destato la mia curiosità sapendo che stiamo parlando di un idioma contenuto nell’elenco del Libro Rosso Unesco delle Lingue in pericolo, assieme ad altri come aramaico, ladino, normanno, bretone, provenzale e via di seguito. In tutto ci sono centoventitre lingue contemporanee in grave pericolo: nove sono sul punto di morire, ventisei sono vicine alla scomparsa, trentotto in serio pericolo e tredici morte.[1]
Ci sarebbe da scrivere un’infinità sulla storia dell’yiddish anche perché, proprio per la sua realtà storica e geografica, le varianti sono molte ma, in linea di massima, stiamo parlando di un idioma ebraico di origine germanofona che assorbe, cioè, vari dialetti germanici che si parlavano nella comunità ebraiche nell’alta Germania.
Dopo la pestilenza del 1348 e numerose persecuzioni, importanti comunità ebraiche si spostano dall’Europa occidentale a quella orientale in Polonia, nelle zone baltiche e in Ucraina. Parliamo, dunque, di una lingua che ha inflessioni di ebraico, tedesco e slavo.
La sua importanza è stata rilevante fino al secolo scorso. Basti pensare che negli anni venti e trenta del novecento è considerata, per qualche periodo, lingua ufficiale accanto al russo e al bielorusso.
Ricordiamo che prima del 1933 si stima in Europa vivessero più di nove milioni di ebrei stanziati, in maggioranza, nell’Europa dell’Est: Polonia, Lituania, Estonia Ucraina, Romania, Russia.
Grazie alle migrazioni negli Stati Uniti e alla formazione di comunità nelle grandi metropoli statunitensi, l’yiddish trova una nuova collocazione anche oltreoceano tra le comunità ortodosse e ultraortodosse. In Europa, al contrario, dopo la Seconda Guerra Mondiale, scompare quasi del tutto. Basti pensare che nel 1939, si contavano in Polonia due milioni di persone parlanti yiddish, dopo il conflitto, quasi più nessuno. Attualmente è la lingua principale in alcuni quartieri di Gerusalemme tra cui Mea Shearim, popolato da ebrei haredim o ultraortodossi.
La letteratura yiddish, in realtà, esiste già molto prima di quella russa, che vedrà la luce da Puškin in poi, cioè dalla prima metà dell’ottocento.
Scrive, infatti, Paolo Nori in Sanguina ancora (Mondadori 2021) “il motivo principale che rallenta il corso della letteratura russa è il fatto che i russi colti non usano la lingua russa ma la lingua francese, che tutti i loro concetti e le loro idee […], tutte le loro conoscenze le avevano ricavate da dei libri stranieri, che si erano abituati a pensare in un’altra lingua […] e che i russi colti, quelli che sapevano scrivere, anche nella corrispondenza erano costretti ad usare delle circonlocuzioni, prese in prestito da altre lingue, per spiegare perfino i sentimenti e le esperienze comuni.”
La letteratura yiddish ha origine già dal 1500 con traduzioni e commenti di testi religiosi, per seguire poi con la creazione di veri e propri poemi epici sulla storia del Re Davide e di altri eroi biblici. Si scrivono poi, arrivando nel 1800, leggende e parabole chassidiche.
Se vogliamo dare una data alla nascita della letteratura yiddish moderna dobbiamo andare al 1864 con Sholem Yanken Abramovitsch e il suo “Dos kleyne mentschele” un romanzo pubblicato a puntate su un giornale yiddish.
Chi seguirà le orme di Abramovitsch sarà Sholem Aleichem nato, appunto, in Ucraina e poi naturalizzato americano che dal 1833 in poi scriverà più di quaranta libri in yiddish diventando uno dei protagonisti di questa letteratura, vi assicuro, dal fascino unico. Vi consiglio, ad esempio, “Panico nello shtetl” edito da Bollati Boringhieri a cura di Giulio Schiavoni, racconti ambientati in uno shtetl immaginario, ricchi di ironia e profondità. La parola shtetl, origina dal tedesco “Städtlein” cittadina, e indica appunto dei piccoli centri abitati in cui la popolazione era di forte tradizione ebraica.

Shtetl scene. Dettagli della copertina di World Over, una rivista ebraica per bambini, 1969 (Magnes Collection of Jewish Art, UNiversity of California, Berkeley)

Molti altri sono i nomi di autori ucraini che hanno fatto la storia della letteratura, non solo yiddish, ma ebraica in generale. Possiamo citare Shmuel Yosef Agnon, Joseph Roth, Irène Nemirovsky, Leone Ginzburg, Aharon Appelfeld, Isaak Babel.
Ognuno di loro andrebbe approfondito e letto con attenzione perché ci conducono sì in mondi ormai quasi spariti e lontani dalla nostra realtà ma sono in grado di regalare, con una scrittura di alto livello, ritratti di un’umanità che non può ritenersi sorpassata.
Una lingua resta viva finché viene condivisa e diffusa. Quindi non solo grazie all’esistenza di luoghi in cui la tradizione l’ha mantenuta nella vita quotidiana, come abbiamo visto nella Russia più lontana o negli Stati Uniti, come in Israele. Ma la letteratura può fare, dunque, anche questo: difendere un idioma, tenerlo in vita e mostrare come possa essere riletto e apprezzato tramite le lenti della nostra attualità.


[1] Tela di Cipolla, Myriam Moscona a cura di Alessia Cassani e Ana Maria Gonzalez, Milano, Guida editori, 2021.

Laura Di Gianfrancesco

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