Dopo il pane, il vestito e le scarpe. Anche a Novara.

Il Portico dei Calzolai, nel centro storico di Novara.

Negli ultimi articoli abbiamo visto quanto povera fosse nel Medioevo la dieta alimentare delle famiglie meno abbienti e quale quota del reddito familiare assorbisse comunque la soddisfazione del bisogno primario: l’alimentazione o il nutrimento del corpo.
Con l’80% del reddito disponibile assorbito dal cibo, ben poco rimaneva per l’abbigliamento.
I vestiti erano cari, soprattutto a causa del costo del tessuto. Molte persone non riuscivano, nemmeno, ad acquistare un abito nuovo nell’arco di un’intera vita. Nelle famiglie con più figli gli abiti si passavano dal fratello maggiore a quello minore.
Si acquistavano abiti usati, soprattutto nei banchi dei mercati gestiti in genere da ebrei.
La Chiesa permetteva loro questa attività, considerata minore.
A Novara ad esempio, erano venduti sotto i portici del vecchio Duomo romanico che davano sulla piazza di fronte, luogo importante di mercato. Non ho informazioni relative alla presenza di ebrei per questa attività a Novara.
I vestiti erano così necessari che addirittura si attendeva anche la morte di qualcuno per averne l’abito che indossava.
Questo comportamento accadeva di frequente anche durante le grandi pestilenze: i cadaveri abbandonati in strada venivano presto spogliati, favorendo però così la diffusione del morbo.
Un abito nuovo costava alcune lire, in funzione del tipo e qualità del tessuto e della sua lunghezza.
Presto quest’ultima diviene un simbolo della ricchezza delle persone: la veste dei poveri arriva alle ginocchia, mentre quella dei ricchi fino ai piedi, per non parlare degli abiti con strascico delle dame agiate.
Anche le scarpe assumono una funzione d’uso importante con la crescita delle città. I lavoratori agricoli sono mostrati nei dipinti spesso a piedi nudi. I cittadini invece con le scarpe, salvo i mendicanti che vengono sempre raffigurati a piedi nudi.
Quindi l’indossare o meno le calzature è un segno della condizione sociale.
I calzolai costituiscono in ogni città nuclei numerosi di artigiani, organizzandosi presto in forti corporazioni, o paratici, che arrivano ad influenzare le scelte amministrative e politiche comunali.
Questo è stato necessario, poiché le scarpe sono prodotte con cuoio e pelle, che si ricavano soprattutto da caprini e bovini. Quindi occorre avere nel vicino contado importanti allevamenti. Gli animali si cibano di erba o foraggio e qui entra in gioco il ruolo dell’acqua: più un campo è umido, più erba vi cresce. Nella campagna novarese, buona parte dell’acqua viene dalla Sesia. Le rive di questo fiume sono al livello della pianura circostante ed è quindi facile prelevarla per mezzo di piccoli canali, o rogge, e con essa irrigare i campi.
Quindi rogge, campi irrigati, allevatori, macellai, conciatori e calzolai. È una catena economica di approvvigionamento complessa che richiede organizzazione e corrette scelte politiche.
Ma torniamo alle scarpe.
A Novara sono lavorate nel Portico dei Calzolai, in pratica l’odierno isolato sul lato Nord della Piazza delle Erbe. Sotto il portico sono situati circa ottanta banchi di calzolai, in pratica botteghe all’aperto, o meglio sotto una tettoia.
I macellai, allora chiamati beccai hanno i loro banchi nella Piazza delle Erbe, dove si effettuava anche la conciatura delle pelli, che però viene presto spostata fuori città nei pressi dell’attuale Stazione Ferroviaria, dove scorreva un’importante roggia. Una decisone di carattere ecologico che allontana dal centro città liquami e miasmi.
Qual è il prezzo delle scarpe?
Difficile trovare informazioni precise e convincenti. Alcune fonti citano costi inferiori alla Lira. Questo prezzo mi sembra basso, considerando il salario di circa 10 Soldi degli apprendisti dei calzolai. Ricordo che 1 Lira vale 20 Soldi.
Probabilmente anche le scarpe costavano alcune lire.
Si stima che due terzi dei costi siano da attribuire ai materiali ed un terzo alla mano d’opera.
Come avrete notato cito spesso Novara, la città in cui risiedo, perché, come Laboratorio Storico cerco e raccolgo informazioni socio-economiche sulla città e sul suo territorio che inserisco nel mio racconto della storia.


Enrico Di Gianfrancesco



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